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GIORNATE AFRICANE
La sveglia è alle 5.45…io, Manuela e Marcella ci vestiamo in fretta all'interno della tenda, fa freddo, poco dopo siamo all'aperto, è ancora buio, nella maggior parte delle tende si dorme ancora…breve tappa alla toilette, dopodiché iniziamo i preparativi per la colazione, mentre i ragazzi smontano il campo. Partiamo verso le 7.30 con i nostri fidati autisti Cornelius e Manasee alla volta dello Ngorongoro National Park.Ci fermiamo al lodge dove pernotteremo per lasciare i bagagli…l'aria è fredda, c'è anche un po' di nebbia ma il sole piano piano inizia a far capolino e la vista dalla terrazza del lodge è davvero impagabile…davanti ai nostri occhi si apre il cratere dello Ngorongoro con i suoi molteplici paesaggi: sterminate praterie punteggiate da piccole boscaglie, acquitrini, pozze essiccate di acqua salata.
Scendiamo al cratere, subito notiamo un crocchio di jeep, ci avviciniamo incuriositi…un leone cammina indisturbato tra le jeep, è talmente vicino che riusciamo a scorgere sul suo muso alcune cicatrici, ricordi di scontri passati…è un po' vecchio, ci dice Manasee, ma la sua maestosità ci incanta…si accoccola all'ombra di una delle jeep,dopo poco si rialza e con brevi, ma sonori ruggiti si allontana…avvistiamo in lontananza una leonessa con i suoi cuccioli…il “game drive” è iniziato sotto i migliori auspici…proseguiamo il giro, percorriamo strade sterrate sollevando grosse nubi di polvere, vediamo famiglie di elefanti, enormi branchi di gnu, decine di zebre che brucano placidamente, gazzelle, facoceri, una timida iena che riposa al riparo dietro una roccia sotto il sole di mezzogiorno…purtroppo non incontriamo neanche un rinoceronte…facciamo una sosta per il pranzo, Manasee ci consiglia di mangiare sulle jeep indicandoci alcuni uccellacci che sorvolano le nostre vetture pronte ad impadronirsi dei nostri viveri. Dopo un pasto frugale a base di Biraghini e verdurine in scatola ci sediamo sulle sponde di una pozza dove riposano una dozzina di ippopotami. Sono buffi, si tirano fango, alcuni se ne stanno adagiati a pancia in su e dall'acqua emergono solo tozze zampone e un pancione rosa, altri sbadigliano fragorosamente mostrando una dentatura che ci intimidisce. Riprendiamo il “game drive”…il sole accecante del primo pomeriggio rende il paesaggio quasi surreale: una specie di nebbia si alza dalle secche del lago Magadi, il lago caustico in fondo al cratere…centinaia di fenicotteri rosa sgambettano sulle acque rese scintillanti dalla luce del sole.
Il pomeriggio scorre veloce ma un'altra sorpresa ci attende sulla strada di ritorno al lodge, scorgiamo infatti due ghepardi, ben mimetizzati tra la folta vegetazione, forse in attesa della loro prossima vittima. Rientrati al lodge ci godiamo lo spettacolo del tramonto dalla terrazza che dà sul cratere, tutto si tinge di colori caldi…indimenticabile…dopo cena, di nuovo su quella terrazza, alla luce delle sole stelle, con il freddo pungente che penetra nei vestiti udiamo in lontananza il ruggito di un leone…un brivido percorre la nostra pelle…
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Eleonora |
RITORNO A CASA
La giornata è passata veloce tra il trasferimento e un bagno alle cascate vicino al campeggio e all'ora di cena si fanno sentire sia la stanchezza che la fame. La voglia di muovermi non è tanta e ormai il mio corpo si è approntato per una notte di meritato riposo. In più il consiglio generale che tutti mi danno è quello di lasciar perdere; appunto questo continuo (e sicuramente con intenzioni amichevoli) “Rinuncia” stile cresima, mi dà la scarica giusta per uscire dal torpore; perché non provarci? Perché non accettare neanche la sfida? Perché fermarsi davanti alla paura di non farcela? Ecco che cosa mi ha spinto a ‘scalare' la montagna sacra dei Masai, l'Ol doinyo Lengai . Una volta passata l'euforia post decisione, mi sorge ancora qualche dubbio, ma ormai è tardi per ripensarci; il tempo che ci separa dalla partenza scorre lento tra una partita a brischetta e un sorso di birra.
Alle 11 precise Frenk ed io (gli unici partecipanti alla gita) abbiamo la piletta in testa e lo zaino sulle spalle con 1 litro di acqua, un paio di integratori, caramelle e una giacca; manca solo la guida. Non si trova subito e una parte di me pensa che tutto sommato non è un grosso problema, si torna alla tenda e domani si fa un giro alle cascate; il mio pensiero viene però interrotto dall'arrivo del nostro autista che aveva trovato e svegliato la nostra guida. Una volta in macchina si parte per arrivare ai piedi del vulcano e il viaggio si svolge tra i silenzi dei quattro viaggiatori (Frenk, Io, la guida e l'autista Manasee). Dopo 10 minuti la strada sterrata lascia il posto a un indefinito sentiero in mezzo ai campi, con alcuni buchi e qualche salto che obbliga la jeep a avanzare molto lentamente. Ci si ferma quindi in uno spiazzo di fianco ad un albero e dopo un breve colloquio tra la guida e l'autista, prendiamo tutta l'attrezzatura tecnica (un bastone di legno a testa e due racchette da alpinismo per la guida, che però aveva i sandali ai piedi) e scendiamo dall'auto.
A mezzanotte meno un quarto circa inizia dunque la camminata e il mio cuore va subito a mille; non tanto per la pendenza che comunque è ancora accettabile, quanto per la strane sensazioni che provo. Il ritmo dei passi è normale e così scorre la prima parte della scalata, fino alla prima sosta, dopo circa 1 ora. Dopo esserci rifocillati con un po' d'acqua ed aver scambiato due parole, cala il silenzio più totale se non si considera il ronfo della guida addormentatasi appena distesa in mezzo all'erba. Spenta anche la mia efficientissima lampada frontale, mi soffermo a guardare di fronte a me; il buio la fa da padrone, solo un paio di luci più a valle di persone che come noi stanno risalendo la montagna e uno spicchio di luna che lascia intravedere la linea scura delle valli tutt'attorno. E' particolare la sensazione di immensità che ti colpisce, ti senti forte,vivo, ma al tempo stesso insignificante per il mondo e la sua storia millenaria. Ripreso il cammino dopo la breve sosta i passi si fanno più corti e il dislivello maggiore; il sentiero lascia il posto a piccoli fossi ed a passaggi appena accennati. La sabbia scivola via veloce appena sente la pressione del piede e sembra quasi dirti di tornare indietro, di non sfidarla. Le scarpe perdono pian piano il colore e diventano di un bel grigio uniforme, così come le mani che si riempiono di polvere sottile e un poco fastidiosa. Prosegue in questo modo per un'altra ora e l'altitudine ormai raggiunta fa sì che la poca erba presente sui lati del sentiero lasci il posto a piccole frane e colate laviche ormai cementificate. Dopo un'altra sosta arriviamo a vedere il punto d'arrivo, ma c'è ancora una rampa da fare, forse il pezzo più ripido, per fortuna non più sulla sabbia, ma su una vecchia colata bella solida. La stanchezza è tanta e penso che se la scalata durasse ancora un'ora, dovrei chiedere un riposo di una mezz'ora almeno per riprendermi; ma non è così, sembra che servano solo una ventina di minuti per arrivare. Con questa iniezione di fiducia incominciamo ad attraversare la parete e dopo qualche minuti mi guardo indietro a vedere che c'è sotto di me: non l'avessi mai fatto, siamo nel bel mezzo di una colata parecchio ripida con 300 metri circa di caduta pressoché libera, infatti non ci sono appigli, né rocce più sporgenti né tanto meno ciuffi d'erba a cui attaccarsi. Un attimo di panico mi colpisce, non tanto per la salita, che vedo un po' più sicura, quanto per la successiva discesa; per cercare un po' di conforto chiedo alla guida se non sia pericolosa la discesa: la risposta è assolutamente no,dice che è meglio la discesa della salita (ma diciamo che le opinioni della guida hanno fatto sorgere dubbi anche in altre occasioni).
Alla fine arriviamo in cima al vulcano alle 4 circa, con un bell'anticipo sui tempi previsti dalla guida. L'aria, che fino a quel momento era stata sì frizzante, ma non aveva mai dato più di tanto fastidio, ora inizia a farsi pungente; a contatto col sudore della salita, mi provoca brividi e tremolii persistenti che mi fanno addirittura pensare ad un attacco di febbre. La guida, sottolineato la buona media tenuta nella salita (probabilmente per farci piacere), ci dice di aspettare fino all'alba verso le 6 e 40 e si avvicina ad un masso da cui fuoriesce un filo di fumo; estratto da sotto il masso un vecchio sacco di iuta che aveva lasciato lì da una precedente scalata, si copre come riesce e si mette a dormire. Noi ci guardiamo in faccia sorridendo e poi tentiamo di mangiare un boccone di cioccolato o di barretta energetica, anche se il mio stomaco non è gran che pronto a ricevere cibo. Non sapendo come passare il tempo e con la stanchezza che avanza, io seguo l'esempio della guida e, dopo aver richiuso tutte le aperture esistenti nella mia giacca, mi sdraio dall'altra parte del masso, dove posso godere di un po' di calore. Con lo zaino come cuscino e con la schiena tiepida, la faccia fredda e i brividi che non mi lasciano stare, tento di dormire; poco prima di arrivare al congelamento del viso, cambio lato e metto la schiena al freddo; vado avanti a cambiare lato così per un tempo indefinito, fino a quando il sonno prende il sopravvento sul freddo e sui brividi e per una grassa mezz'ora circa riposo le mie ossa. Svegliatomi più in forma che mai, mi guardo intorno e mi accorgo che sulla cima è arrivato un altro gruppo: sono tre francesi con la rispettiva guida. Raggiunto il compagno di sventura in un anfratto riscaldato dove aveva passato un'oretta di meditazione sul perché della vita, assieme ci domandiamo quanto manchi all'alba, mai agognata come in questa stramba notte. Con le prime luci che fanno capolino dalla punta più a est, si inizia a delineare il percorso fatto dalla lava incandescente che esce costantemente dal vulcano. Decidiamo quindi di avvicinarci a questa massa brunastra approfittando della strada indicata dalla guida dei francesi, visto il profondo torpore che ha colpito la nostra. Le striature rossastre della lava prendono forza man mano che si alza il sole ed il calore emanato ci riscalda un po'. Dopo un paio di foto di rito, torniamo dalla nostra guida, la svegliamo e cominciamo la discesa; tolto il primo tratto affrontato con prudenza, la discesa scorre via veloce, tra una scivolata e l'altra, fino ad arrivare col sole già alto, allo spiazzo con la jeep ed il nostro autista Manasee, contento per la buona riuscita della notte. Cosa posso dire di essermi portato a casa da questa stramba notte? Sicuramente tanta polvere, qualche spezzone di filmato,una certa stanchezza, dei ricordi ben nitidi e una strana sensazione di appagamento, di sicurezza e di pace interiore. Cosa invece ho lasciato? Qualche ora di sonno e qualche ‘litro' di sudore. Quindi devo ammettere che ne è valsa la pena e consiglio a tutti gli amanti delle camminate (e non) di provarci perché non capita tutti i giorni di poter salire su una montagna particolare come l'Ol doinyo Lengai.
P.S. Naturalmente non può mancare un ringraziamento a Frenk, che ha voluto fortemente buttarsi in questa esperienza e a tutti gli altri del gruppo che hanno assecondato la nostra scelta e ci hanno aiutati per come potevano (con integratori, caramelle, giacche, parole e frasi simpatiche, etc…….)
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Stefano & Lucia |
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