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...hanno scelto... LAOS & THAILANDIA ...che storia!!!

Oriente. Ogni qual volta si sente parlare di questa parte di mondo, l’immaginario collettivo richiama in ognuno di noi, sensazioni ed immagini legate al misticismo e al mistero, in apparente contrasto con l’atmosfera vivace e festosa tipica del centro America assaporata lo scorso anno. Così, per l’estate 2006, la scelta della meta da “conquistare” con il gruppo di amici viaggiatori ormai collaudatissimo, è ricaduta sul Laos e la Thailandia, anche per avvicinarci per la prima volta (almeno per molti), ad una cultura molto differente da quella riscontrata nei precedenti viaggi. Questa decisione è stata maturata tenendo conto della possibilità di essere accompagnati per buona parte delle visite da pioggia e maltempo, anche se alla fine siamo stati fortunati e forse premiati per la voglia e la curiosità di affrontare questa nuova Avventura, ancora una volta assieme… Sicuramente, quello che tra i due paesi ci ha più colpito, è il Laos, nonostante le significative escursioni volte alla conoscenza delle etnie della Thailandia del nord; il motivo è molto semplice e ben sintetizzato da una frase della nostra prima guida, Mario, il quale sosteneva che il Laos corrisponde per molti versi ad una Thailandia di 20/30 anni fa, quindi un paese ancora non completamente contaminato dal turismo di massa in cui è tutt’oggi possibile riscontrare genuinità nelle sue genti e vero attaccamento alle tradizioni. Luang Prabang è in questo senso, una cittadina affascinante, in cui è impossibile perdersi o ritrovarsi soli nelle sue molteplici strade, in quanto si è praticamente sempre affiancati da simpatici bonzi vestiti con i loro vivaci indumenti di colore arancione e giallo. A quella che potrebbe sembrare un’atmosfera contemplativa e di meditazione tipica del buddismo, si contrappone la giocosità, la curiosità, l’allegria dei giovani monaci subito pronti ad accoglierci nei numerosi templi (ben 32) per poi rivolgerci domande sul nostro paese d’origine, sul calcio, sull’itinerario del viaggio, e spiegarci qualcosa di più sulla loro complessa religione e sulla scelta monacale, a volte dettata dalla sola esigenza di evadere dalla miseria familiare. Oltre ad iniziare ad approcciarci concretamente alle dottrine del buddismo grazie a questo contatto diretto con chi ha il compito di studiarlo quotidianamente, abbiamo potuto occuparci di affari sicuramente meno spirituali, come lo shopping: ogni sera veniva allestito un grande mercato all’aperto in cui si potevano trovare gli oggetti più svariati. Dai prodotti d’artigianato in legno, si passava a stoffe e tessuti che spesso presentavano disegni e greche simboliche, non tralasciando infine le pitture; il tutto davvero di buona fattura e realizzato con estrema cura. I prezzi riscontrati in questo, come altri mercati laotiani, sono nella maggior parte dei casi irrisori, tanto da non permettere neanche l’inizio di una contrattazione che sarebbe parsa ai nostri occhi quasi offensiva… A Luang Prabang, i mezzi di locomozione che abbiamo più sfruttato, sono stati i mitici tuk tuk, ovvero degli improbabili “carretti” a motore che sfrecciavano per il paese, lasciandosi alle spalle rumore e nubi di gas di scarico, per poi spesso non raggiungere neanche la destinazione richiesta agli sprovveduti guidatori, che ovviamente non parlavano una parola di inglese. Non si può non aprire una parentesi sul cibo: molti di noi prima della partenza erano un po’ titubanti sulla qualità dei piatti che avremmo assaporato durante il viaggio. Alla fine penso che si possa affermare che il bilancio sia stato del tutto positivo; infatti, tralasciando le grandi abbuffate di ottimo pesce (soprattutto crostacei) fatte sulla spiaggia di Ko Samet sulla quali non si può davvero dir nulla, anche sulla “terra ferma” abbiamo avuto modo di gustare piatti davvero invitanti, in particolare per gli amanti del gusto piccante e delle spezie. Le papille gustative portano ancora con sé il vivo ricordo dei noodles cucinati in molteplici modi e delle carni speziate; una menzione particolare merita invece il tremendo sticky rice, un riso bianco talmente colloso da poter essere utilizzato, piuttosto che in cucina, come mastice o calce tra i mattoni. Vorremmo infine citare due momenti del viaggio che ci sono rimasti nel cuore, insieme a molti altri: la navigazione sul Mekong effettuata con la slow-boat, e il trekking nei pressi di Luang Prabang. La navigazione di due giorni sul Mekong rappresentava, prima della partenza, una delle difficoltà della vacanza in quanto a volte era descritta come monotona e davvero troppo slow. Il nostro gruppo ha sfruttato queste imbarcazioni per oltrepassare il confine tra Thailandia e Laos e giungere, dopo una sosta presso Pak Beng, a Luang Prabang. I timori iniziali sono assolutamente svaniti quando ci si è resi conto che questo era l’unico modo per poter godere appieno dei meravigliosi paesaggi che fanno da contorno a questo imponente fiume, più volte citato nei testi di storia e protagonista di molti romanzi; dai nostri sedili spartani e con la parola “Beelao” scandita con regolarità dai gestori della barca, abbiamo osservato la vegetazione lussureggiante anche per le abbondanti piogge, avvolgere gruppi di palafitte e capanne di legno, talvolta abbarbicate su ripidi pendii collinari. Molto emozionante è stato poi incrociare altre piccole canoe guidate da pescatori che cercavano di procacciarsi il cibo con fitte reti, vedere giovani donne lavare sé stesse ed i panni nelle acque limacciose del fiume, assistere all’assalto in stile piratesco di venditori ambulanti che tentavano di propinarci vari cibi più o meno confezionati, ed in generale osservare sprazzi di vita quotidiana delle popolazioni locali. Il trekking invece è stata un’esperienza vissuta da un gruppo ristretto di noi (i maschietti + Serena). Questa volta si è verificata una situazione opposta rispetto a quella della navigazione sul Mekong; infatti avevamo ricevuto informazioni molto confortanti riguardo la possibilità di effettuare escursioni a piedi in terra laotiana: l’unico piccolo fastidio che ci veniva prospettato, era quello della pioggia… Non voglio dilungarmi troppo su questa che è stata la vera Avventura del nostro viaggio, ma posso affermare che si è trattato del più grande sforzo fisico e soprattutto mentale che io abbia mai affrontato in un singolo giorno; il secondo infatti, è stato molto più semplice e culminato in un rilassante bagno presso delle cascate. Solo ripensandoci ora, e quindi a posteriori, mi sento di dire che è valsa la pena fare questo trekking perché, è stato l’unico modo per poter addentrarci realmente nella natura laotiana (animali compresi, come ragni e lombrichi giganti, api assassine, etc…) ed entrare in contatto con comunità che, vivendo ad ore ed ore di cammino dalle strade e dai centri abitati, conservano il vero stile di vita del loro paese, con poche influenze legate al mondo esterno. Si tratta di nuclei familiari talmente isolati, che in ogni villaggio è presente una sorta di sciamano che si occupa di gestire ogni situazione di ordine medico, con erbe ed elementi naturali, e che solo in casi eccezionali consente il difficoltoso trasporto agli ospedali. Passeggiando tra le capanne rudimentali dei villaggi incontrati lungo il cammino che, oltre ad ospitare persone, erano dimora di galline, pulcini e cani, ho assistito ad una scena molto particolare: alcuni ragazzini si erano creati un gioco, in assenza d’altro, che consisteva nel far volare un grande scarafaggio legato con un spago alle zampine, dando l’impressione di portarlo a spasso al guinzaglio. Questo ed altri incontri, sono riusciti a far passare in secondo piano l’enorme fatica fatta per attraversare risaie, sentieri rocciosi scivolosi alternati ad altri talmente fangosi da non permettere di mantenere l’equilibrio, guadi, e il tutto condito da imponenti scrosci di pioggia e dalla mancanza di informazioni circa la distanza ed il tempo per raggiungere la meta. Ah, dimenticavo la simpatica presenza di numerose sanguisughe lungo tutto il percorso…

Foto dell'Autore
Lucia & Stefano

 

 

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