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MAI PIU' UN TREKKING!
Mai più un trekking, mai più. Il tour leader si sfoga con queste parole quando, dopo ore di cammino, non sembriamo mai giungere alla meta. Siamo nel Laos settentrionale, terra montagnosa e verdissima, specie in questo periodo di agosto, in cui le piogge sono frequenti anche se, per fortuna nostra, non insopportabili. A circa metà del nostro viaggio capitiamo a Luang Prabang, villaggio di circa 25’000 abitanti (sufficienti a farne uno dei centri abitati più grandi di tutto il Paese), dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, famoso per i suoi templi buddisti e per un delizioso mercatino. Durante il nostro soggiorno in questa zona del Laos, una parte del nostro gruppo decide, con l’accompagnamento di alcune guide fornite da un’agenzia locale, di affrontare un trekking nei dintorni della durata di un paio di giorni. Considerato lo sforzo per le ore di cammino previste e la necessità di trascorrere una notte nelle capanne di un qualche sperduto villaggio, lontano da ogni comodità, tutte le ragazze (ad eccezione della temeraria Serena) e i due maschietti più pigri non se la sentono di seguirci: ci aspetteranno al nostro ritorno a Luang Prabang. Di buon mattino le guide ci prelevano direttamente dall’albergo e percorriamo in pulmino un breve tratto di strada fino a un villaggio vicino. La realtà di questo primo villaggio che incontriamo è già ben diversa rispetto a quella di Luang Prabang: le poche case (quasi tutte costruite in legno e paglia, senza acquedotto e senza elettricità) e le strade non più asfaltate sono il segno tangibile che il turista medio che passa da Luang Prabang difficilmente passa anche di qui. Appena fuori dal villaggio attraversiamo un fiumiciattolo affluente del Mekong a bordo di barchette molto strette che ci danno la sensazione di ribaltarsi con grande facilità. Nonostante il senso di insicurezza per la paura di cadere nel fiume, riusciamo a raggiungere l’altra riva sani e salvi: da qui in avanti saranno solo le nostre gambe a trasportarci. Le prime difficoltà le avvertiamo muovendo i primi passi: il caldo umidissimo, favorito dalla pioggia intermittente, ci fa sudare anche da fermi e rende il respiro più affannoso. L’acqua ha reso il sentiero una striscia di fango alquanto viscido, che si appiccica agli scarponi che lasciano per terra ad ogni passo un’impronta molto profonda. La malta che rimane attaccata sotto le suole ci fa sembrare ogni scarpa pesante dieci chili e fa sembrare noi più alti di qualche centimetro, come se portassimo i tacchi. Siamo costretti a fare i giochi di equilibrismo per rimanere in piedi, specie quando il sentiero ci porta sullo stretto bordo che separa due risaie. Un miracolo se nessuno di noi, percorrendolo, è caduto dentro la risaia. Eppure si trova anche il tempo di alzare gli occhi da terra e osservare il panorama, fatto di risaie verdissime e di una fitta vegetazione tropicale. Dopo poco più di un’ora di cammino incontriamo un altro villaggio, dove ci fermiamo a tirare il fiato. L’unico modo di arrivare fin qui è percorrere lo stesso sentiero da cui siamo arrivati noi. Siamo letteralmente tagliati fuori dal mondo: in questi villaggi così sperduti si osserva una grande povertà, anche se perlomeno nessuno soffre la fame, dato che la terra e il clima di queste parti favoriscono le coltivazioni. Una delle guide ci racconta di essere originaria di un villaggio come questo, dove ancora vivono i suoi genitori, distante sei ore di cammino dalla strada più vicina. Realtà come questa costituiscono il volto autentico del Laos. Lo stesso scenario lo ritroviamo nel villaggio successivo, dove ci fermiamo a pranzare. Ci accomodiamo all’interno di una capanna dove mangiamo carne molto saporita, verdure piccanti e dello sticky rice, ovvero riso in bianco asciutto i cui chicchi si appiccicano l’uno all’altro formando un’unica poltiglia. Questo riso è alquanto utile a stemperare l’effetto del cibo piccante, tipico della cucina laotiana. Uscendo dal villaggio non può non colpirmi la vista di una donna intenta a far girare una rudimentale e primitiva macina di pietra per ottenere farina di granoturco: a casa nostra non si vedono scene di questo tipo da almeno qualche secolo. Proseguendo lungo il sentiero la stanchezza aumenta, le gambe si fanno sempre più pesanti e i capitomboli aumentano negli scivolosi tratti in discesa. Cominciano i primi segni di insofferenza, anche perché sembra che non si arrivi mai al villaggio dove passeremo la notte. Qualcuno si pente di essere venuto, ma almeno ringrazia che non siano venute quasi tutte le ragazze, perché se ci fossero state probabilmente staremmo già assistendo alle prime crisi isteriche. E dire che questo trekking, nelle relazioni di qualche ubriaco che l’ha fatto prima di noi, veniva descritto come passeggiata adatta a chiunque non avesse alcuna esperienza di trekking! Tuttavia, nel tardo pomeriggio, superati tutti questi sforzi, giungiamo finalmente nel villaggio da cui ripartiremo l’indomani. Come negli altri villaggi, incontriamo tantissimi bambini che giocano alla versione laotiana di Mondo tra una capanna e l’altra; uno di loro attira in particolare la nostra attenzione perché, dopo aver catturato un grosso insetto, lo ha legato per le zampe all’estremità di un filo, e tenendo il filo all’altra estremità lo fa volare tenendolo letteralmente al guinzaglio. Una bella differenza rispetto ai nostri bambini che giocano con le playstation… Posiamo i nostri zaini dentro la capanna dove dormiremo, una doccia veloce prima che faccia buio e poi finalmente ci si siede a tavola, dove ci illuminiamo con le candele. Nel villaggio l’elettricità, garantita da un generatore diesel, è usata solo per accendere una lampadina posta nel bar (mi riesce difficile chiamarlo bar, sarebbe più giusto dire luogo dove vendono coca cola e un paio di altre bibite) e un televisore, unico lusso presente, posto in una capanna che funge da luogo di ritrovo per le 40-50 persone che compongono il villaggio. Il sonno ha ben presto la meglio su di noi, così terminata la cena lasciamo la compagnia delle nostre guide e ci ritiriamo nei nostri giacigli. Il riposo non è dei migliori: difficile abituarsi a dormire senza materasso, e in più in piena notte comincia a piovere sopra il letto di Alessandro, che deve così dormire coprendosi col k-way. Come se non bastasse, ancora prima delle cinque ha inizio un concerto di una decina di galli che anticipano le prime luci dell’alba, e che dura ahimè almeno un’ora. A parte questi piccoli inconvenienti, al mattino la stanchezza del giorno precedente non è stata smaltita granché; in più è troppo alettante l’idea di ritornare a Luang Prabang in tempo per fare bella una seduta di rilassanti massaggi, ragion per cui si decide quasi all’unanimità di accorciare il percorso che ci riporta al punto di partenza. Bilancio del trekking? Dal mio punto di vista senz’altro positivo anche perché, essendo abbastanza allenato alle camminate, non ho sofferto eccessivamente gli sforzi. Non c’è bisogno di essere atleti per fare il percorso che abbiamo fatto, ma indubbiamente l’abbiamo trovato molto più impegnativo di come ci era stato descritto in precedenza, e questo ha creato una certa insofferenza in chi era meno allenato. Quello che tutti, io per primo, sicuramente abbiamo potuto apprezzare, è il fatto di essere stati a stretto contatto con la vita autentica che si vive in queste zone del mondo che, essendo così difficilmente raggiungibili, non saranno credo mai avvicinate dal turismo di massa.
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Daniele |
L'ODORE DEL FUOCO
Quando sono in viaggio non ho nostalgia di casa, ma quando rientro sento la mancanza dell’aria e dell’atmosfera dei luoghi visitati… questa volta mi sembra ancora di sentire l’odore del fuoco…l’avevo sentito descrivere in una delle relazioni di Avventure, ma nonostante in qualche modo me lo aspettassi è riuscito a lasciarmi senza fiato. Avevamo trascorso la giornata viaggiando in Slowboat sul Mekong, dove in compagnia del più svariato mix di viaggiatori ci eravamo imbarcati subito dopo essere entrati in Laos; in questo modo era come se il nostro incontro vero e proprio con i laotiani fosse stato rimandato. Per ore eravamo stati tutti insieme, in trepida attesa, tutti diversi, eppure con la stessa meta: due francesi in giro con le loro bici, una coppia di San Francisco, il mio vicino di posto austriaco, alcuni australiani, due ragazzi che facevano un cruciverba in ebraico, e così via, più ovviamente il nostro gruppo, con i folkloristici giocatori di brischetta e le ragazze impegnate a parlare di treccine. Ormai era quasi il tramonto e finalmente era ora di tornare sulla terraferma, tra le colline che fiancheggiano il corso del fiume si vede un villaggio. Sembra più importante di quelli piccoli e ben nascosti dalla fitta vegetazione che abbiamo avvicinato finora per caricare qualche passeggero locale. Recuperiamo a fatica gli zaini e… si scende! Appena ci allontaniamo dalla riva e percorriamo la salita che porta al nostro alloggio gli odori della barca e del fiume ci restano alle spalle e uno solo predomina: l’odore del fuoco. Subito ripenso alle parole di quel viaggiatore che ci ha preceduti, ma l’impressione è che non siano state abbastanza. L’odore del fuoco non è solo un profumo, si vede, si respira, è vivo come è vivo l’intero villaggio, brulicante intorno all’attracco delle barche. Gli uomini si offrono come portatori, i ragazzi indicano locande e ristorantini, le donne sono attente ai loro negozietti e i bambini sono indaffarati a giocare e a far giocare i fratellini. Si sente l’odore della legna che brucia, delle pentole calde, ma è come se volesse anche farsi vedere: una leggera nuvola di fumo avvolge ogni cosa, come per dimostrare che il fuoco qui è l’anima di tutto, e che, mentre il sole scende e si fa buio, sarà di nuovo lui al centro di tutto, a fare luce dove le poche e deboli luci elettriche non arriveranno. Lascio in fretta lo zaino in camera ed esco di nuovo per vedere dove porta questa stradina in salita, incontrando così l’altra delle cose che mi resteranno più impresse… la dolcezza delle donne di questo paese. Mentre passeggio tra case e negozietti, con l’odore del fuoco che sembra volermi accompagnare, arrivo ad un piccolo mercato. Qui, ad ogni bancarella, c’è una mamma, con in braccio un bimbo più o meno piccolo, che al minimo cenno di saluto sorride orgogliosa e invita il piccolino a rispondere. Sembrano emanare un senso di tranquillità tale da non farmi percepire la stanchezza di una giornata trascorsa viaggiando. Non so come abbiamo questo potere, ma questa è solo una delle volte che con un semplice gesto o sguardo mi hanno fatta sentire come se mi avessero fatto mille regali, al punto da non sapere come ricambiare e ringraziare.
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Come dimenticare poi la donna di Houayfay, conosciuta alcuni giorni dopo? Alla fine di un’avventurosa giornata di trekking, questa anziana signora incontrata alla fontanella del villaggio dove avremmo passato la notte ha spazzolato i miei scarponcini, che erano in condizioni pietose, fino a farli tornare del loro colore originario, dopo che io avevo praticamente rinunciato ad ogni speranza di salvarli dal fango della giungla… le ho regalato quello che avevo con me, una maglietta e delle saponette degli alberghi dove eravamo stati, ma non erano niente al confronto di quello che mi ha lasciato lei, come ricordo di questo bellissimo viaggio, e con il suo tutti gli altri sguardi, sorrisi e gesti che ho raccolto strada facendo.
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Serena |