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INKA TRAIL E MACHU PICCHU

Suona la sveglia e sono le 4, è ancora notte fonda ma è ora di alzarsi, è l'ultimo giorno dell'Inkatrail, il cammino di 46 km che ci porterà a Machu Picchu, la città perduta degli Inca.

La nostra guida ci ha raccomandato di essere puntuali e veloci nel prepararci perché i portatori, che ci hanno servito e riverito in maniera quasi imbarazzante durante questa escursione, devono smontare il campo in tempo per prendere il treno e tornare a casa.

Puntuali ed efficienti partiamo verso la meta, la strada è a strapiombo ed è ancora buio, procediamo in fila indiana lungo il sentiero con le pile da minatore, il cielo è coperto e fa abbastanza freddo, i sassi sono umidi e bisogna fare attenzione a non scivolare, quella che ci era stata prospettata come una veloce camminata risulta più lunga del previsto;

è già passata un'ora e mezza e non siamo ancora arrivati, il sole inizia a fare capolino e pioviggina, la strada prosegue e la pazienza diminuisce…la stanchezza dei giorni passati si fa sentire e l'ultima scalinata prima della Porta Del Sol dà il colpo di grazia ma siamo arrivati, con il sole che albeggia scorgiamo dall'alto le antiche rovine.

L'immagine, parzialmente rovinata dall'enorme afflusso di turisti e dal tempo uggioso, non soddisfa del tutto le mie aspettative. Dopo un'altra mezz'ora di cammino raggiungiamo il sito e una lunga coda per depositare i bagagli ci aspetta prima di poter iniziare la visita.

La città, scoperta nel 1911, è perfettamente conservata e merita sicuramente di essere esaurientemente visitata, il tempo che pian piano migliora permette ai primi raggi di sole di colpire le pietre perfettamente sagomate creando innumerevoli scorci.

La guida ci narra la storia e ci illustra le parti principali della città, dal Tempio del Sole alla Piazza Sacra fino alla Casa dell'Alto Sacerdote.

I più temerari salgono sulla cima del Huayna Picchu, montagna affilata che domina tutto il sito, da dove si gode di un'ottima vista. Il sole oramai ha spazzato le nubi, ci ritroviamo di nuovo tutti insieme, stanchi e soddisfatti, l'Inkatrail è finito ed anche la giornata sta volgendo al termine, il bus per Aguas Calientes ci sta aspettando…

Machu Picchu è sicuramente la testimonianza Inca di maggior rilievo ed indubbiamente vale da solo tutto il viaggio, ma per me esso è soprattutto il simbolo ed il ricordo di quattro bellissimi e faticosi giorni di trekking passati in compagnia delle persone a me più care , camminando per ore lungo scalinate infinite, in mezzo alla natura incontaminata, sulle orme degli Inca, sorpassando i 4000m di quota, giocando a carte ammassati in una tenda, facendo festa l'ultima sera, cenando sotto le stelle…soprattutto per questo Machu Picchu rimarrà indimenticabile.
Paolo

 

 

QUELLA SALITA CHE NON FINIVA MAI

Visitando il Perù è possibile cimentarsi in uno dei trekking più famosi del mondo, l'Inca Trail: quattro giorni di cammino su e giù per le Ande percorrendo un totale di 33 Km.

Si fa fatica (ci sono tre passi da superare), può esserci brutto tempo, è impegnativo muscolarmente per le salite ed anche per ripide discese, ma il premio al termine del percorso è quanto di meglio si possa sognare: Machu Picchu, la mitica città inca sospesa tra le nuvole, probabilmente la principale meta turistica del Sudamerica ed una delle più suggestive al mondo. L'aurea misticheggiante che la circonda rende ancor più emozio-nante l'idea di arrivarci sulle tracce dei sovrani inca, lungo un sentiero nato e morto con la grande civiltà che l'ha tracciato e riscoperto solo all'inizio del secolo: fa effetto percorrere una via che nemmeno i Conquistadores hanno mai individuato, incontrando di tanto in tanto testimonianze archeologiche di una società scomparsa ormai da più di cinque secoli.

Non è un trekking impossibile, e data la sua celebrità spesso viene incluso nell'itinerario anche da chi come noi solitamente non si cimenta con questo genere di vacanza. Questo spiega il perché sentendo i racconti più che famoso si direbbe famigerato…

Essenzialmente le difficoltà maggiori sono concentrate nel secondo giorno, in cui si compie un balzo di circa 1400 metri con un'unica salita che dura svariate ore: dopo una parte iniziale in cui le rampe sono inframezzate da qualche tratto più facile il percorso non concede tregua, presentando tra l'altro una quantità interminabile di gradini, e l'ascesa sembra proprio non finire mai tanto che solo nell'ultimissimo tratto ci si rende conto da essere prossimi alla meta.

Per molti, ed anche per noi, quest'avventura rappresenta la parte culminante della vacanza, su cui si concentrano le aspettative ed i dubbi e forse un po' di timore, inducen-doci a prepararci in maniera specifica per quei giorni. Di certo quel poco di forma che un po' di jogging può migliorare non basta: lo abbiamo capito vedendo, ed applaudendo, una settantenne raggiungere sorridente la cima.

Secondo me essere pronti non necessariamente significa essere allenati dal punto di vista fisiologico, o almeno non solo: significa essere in grado di ignorare i segnali di cedimento inviati dal corpo che, col passare dei chilometri, si fanno sempre più opprimenti.

Lungo i sentieri scorre un fiume eterogeneo, e ci si può fermare un momento ad osservare la varietà degli attori di questa commedia, o di questo dramma a seconda dei punti di vista: c'è chi lo considera una tortura da affrontare nella maniera meno traumatica possibile, chi la vive come esperienza di gruppo da vivere salendo insieme magari con frequenti pause,chi è più abituato a camminare e riesce a cavarsela senza troppi patemi, chi come me lo considera un importante momento in cui mettersi alla prova, un momento per instaurare un dialogo assolutamente unico e particolare con se stessi. Per questa ragione l'ho affrontato da solo ed ho messo via la macchina fotografica: mi interessavano solo foto fatte dentro di me.

Capita anche di notare chi sembra proprio non far fatica: si sta probabilmente osservando un portatore, il cui unico compito è trasportare carichi ed attrezzature che serviranno per il benessere dei partecipanti, rispetto ai quali è almeno doppio sia il carico portato, sia la velocità mantenuta, il tutto per pochi soldi ad integrare magari una altro misero stipendio di un altro impiego, spesso ancor più faticoso. L'umiltà di questa gente non può che mettere a disagio noi ricchi e viziati occidentali.

Lungo quelle rampe che sembrano una metafora della vita ognuno è solo nel suo cammino, in preda ad un amalgama di pensieri e sensazioni fisiche che vanno a costituire la sua personale esperienza. Nei punti più impegnativi ho pensato spesso ai miei compagni, specie a coloro che si trovavano indietro: “Che staranno provando?”, mi chiedevo. Nessuno li avrebbe presi in braccio e portati sino in cima.

Certo, il sentiero accomuna, e tutti quando lo calchiamo sembriamo terribilmente simili: sudati, affaticati, un po' rassegnati forse, in cerca di una bottiglietta d'acqua o seduti sulle rocce durante un attimo di sosta. Camminiamo guardando in basso, volgendoci solo per tentar d'intravedere una vetta che non compare mai, diamo sempre meno importanza al panorama che ci circonda.

Tutto questo, che può essere ricordato come una gravosa parentesi necessaria tra una visita e l'altra, può assumere un diverso significato per chi riesce a considerarlo una specie di traversata, un tuffo in un turbine di sensazioni fatto consci di ciò che si incontrerà, e malgrado ciò desiderosi di affrontare una prova che ci condurrà faccia a faccia con il nostro limite, permettendoci di guardarlo negli occhi, contemplando uno specchio che riflette solamente la nostra parte più profonda. Una sorta di baratro in cui ci si avventura con entusiasmo, spinti forse dall'inconscia consapevolezza che si reagirà in un modo o nell'altro: si muore, ma poi si rinasce. Una sensazione unica.

All' arrivo in vetta, negli ultimi metri, si è percorsi da una specie di flash, una sensazione che condensa in pochi attimi ore di cammino, di sudore, di rampe che non concedono respiro, di gradini che spaccano i muscoli: la strada finisce, l'aria è frizzante, il cielo è terso, il panorama mozzafiato, si guarda dall'alto la valle da cui si è partiti, la montagna che si è superato, le persone che ancora faticano sul sentiero che si perde in lontananza. Lo sforzo e la sete svaniscono, è stata la vittoria dei muscoli sui dolori, della tenacia sull'arrendevolezza, della mente sul corpo.

Per un attimo l'unico pensiero è avercela fatta ed aver trascorso, e superato, un esperienza resa così importante da settimane di attesa, passate a pensare a come sarebbe stato e ad ascoltare opinioni altrui. Ed ora che le aspettative e i timori sono svanite e l'ascesa entra a far parte della memoria della nostra vita riusciamo a dare un senso a tutta quella fatica capendo quanto abbiamo vissuto in quei momenti in cui sembrava che l'unica alternativa fosse mollare: è il nostro modo di onorare, e ringraziare, quella salita che non finiva mai.
Andrea C.

 

 

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