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MALI: l’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce.

DICEMBRE 2006: Un viaggio nato come sempre con mille dubbi, speranze ed aspettative. Parto per questa nuova meta natalizia con la mente colma dei colori e dei suoni dell’autunno. Per motivi di lavoro spesso mi trovo a Sesto Calende, in quel punto dove il lago maggiore decide di dar vita al fiume azzurro, il Ticino.
è un inverno molto strano, con temperature miti e assoluta mancanza di precipitazio-ni. Gli stessi alberi, nel periodo autunnale hanno perso le foglie in modo anomalo. Non hanno resistito le foglie più tenere, le temerarie verso i primi rigori autunnali, bensì le prime a germogliare nella precedente primavera. quasi a testimoniare il lungo periodo di siccità e di caldo soffocante estivo. I tramonti infuocati e la luce viva della luna piena mi hanno spesso riconciliato con il mondo.
Le passeggiate mattutine, mirate ad avere un minimo di autonomia per l’imminente viaggio nel Mali, mi hanno inoltre permesso di ascoltare i lievi suoni del fiume. La nebbia avvolge ancora il solo alveo del fiume. Una nebbia leggera, bassa che corre velo-ce risucchiata dal calore della strada asfaltata che costeggia il fiume, per sciogliersi nel nulla. l’alba è dolce, il sole con fatica colora il cielo di tinte pastello. Nel silenzio asso-luto, il rumore dei passi allertano gli uccelli acquatici che velocemente prendono il lar-go temendo attacchi nemici. L’improvviso sciacquio cela per un attimo l’impercettibile rumore provocato dai pesci che ricadono in acqua dopo la ricerca di piccoli insetti: un rumore leggero, quasi impercettibile, simile alla caduta della sabbia. Nel frattempo il sole ha liberato il paesaggio dalla nebbia mattutina e la catena alpina compare in tutta la sua grandiosa bellezza.

La partenza da Dourou, che si trova nella parte alta della falesia di Bandiagara, avvie-ne all’alba. Abbiamo smontato le tende con l’ausilio delle torce, caricato i pesanti bagagli sui carretti trainati da minuscoli asinelli ed iniziamo il nostro trekking verso Nombori. Il villaggio comincia a vivere la sua quotidiani-tà e noi muoviamo i primi passi in un pae-saggio accogliente con una luce tersa.
Improvvisamente il sentiero abbandona il falsopiano e si addentra in un cunicolo stretto fra le rosse rocce della falesia. Un sentiero non difficile, ma impegnativo. Poi improvvi-so uno squarcio di luce e la vista della pianu-ra sottostante. Uno spettacolo memorabile. I caldi colori della sabbia sono punteggiati da una miriade di baobab e tanti quadrati di un verde brillante. Da quassù non si percepisce alcuna presenza umana, ma il vociare dei bambini ed il richiamo degli adulti arrivano forti e chiari.

Un momento di grande sintonia con la natura, con il mondo, con se stessi.

Arrivo al primo villaggio Dogon di Nombori. un uomo appoggiato al muro di fan-go di una capanna ed una donna con un pesante fascio di legna in testa, stanno parlando ad alta voce con toni forti:

A- Poi                                     B- Poi
B- Sewo ?                              A- Sewo
B- Djè Sewo?                        A- Sewo
B- Ginni Sewo?                      A- Sewo
B- U Mana wé Sèwé?            A- Sewo
B- O wa                                  A- Sèwé
A- Sèwo?                               B- Sèwo
A- Djè Sewo?                         B- Sèwo
A- Ginni Sewo?                       B- Sèwo
A- U Mana wé Sèwé?             B- Sèwé
A- Ya po                                B- O Wa

Ya po Ya po ripetuta più volte senza modificare una sola sillaba.
Spesso i loro sguardi si allontanano, guardano a terra ed alle proprie spalle, senza mai interrompere lo strano dialogo. ma sarà mai possibile che anche nei villaggi Dogon ci siano le beghe di condominio? No, nessuna bega di qualsiasi natura. Stanno semplicemente scambiandosi i tradizionali saluti su come vanno le cose a casa, in famiglia. Insomma il nostro normalissimo “come va?”
Ed allora godiamoci questo primo villaggio mimetizzato fra le rocce della falesia, nella sua quotidianità. Da dove nasce questa loro tranquillità? dal senso di sicurezza e protezione della falesia o dall’equilibrio uomo/natura che la nostra società ha perso? o dalle conoscenze astronomiche? Certo i bambini chiedono bic e cadeau ma nulla a che fare con quell’assillante insistenza di situazioni analoghe in mille altri luoghi del mondo. L’atmosfera è così rilassante che consumiamo il nostro primo pranzo all’ombra di un bellissimo albero del pane, sotto gli sguardi incuriositi dei nostri accompagnatori e degli inseparabili bambini.

Tireli. Ci siamo gustati una Coca Cola fresca  in attesa della famosa danza Dogon. Anche se abbiamo la consapevolezza che sarà uno spettacolo “su ordinazione”, la nostra curiosità è comunque ai massimi livelli.
Raggiungiamo lo spiazzo polveroso con i musicanti seduti sotto uno spoglio baobab. L’aria è limpida ed il sole nella sua parabola calante conferisce al paesaggio la tonalità e il calore che renderanno ancor più magico questo tardo pomeriggio. Ci accomodiamo in cerchio accanto agli anziani del villaggio ed ai primi tocchi della campana di un mu-sicante da una capanna di paglia escono i primi danzatori che indossano coloratissimi gonnellini fucsia e maschere di legno. chiudono la fila danzatori coperti da pesantissi-mi copricapo di legno che richiamano la simbologia Dogon.  Questo è il popolo che conosce da secoli i segreti della stella Sirio e crede fermamente negli uomini volanti.
La danza ha i ritmi tipici delle etnie africane, i danzatori si muovono con grande armonia al suono metallico degli strumenti musicali. Confesso il mio limite: non riesco ad entrare in sintonia e nello spirito della danza. Posso immaginare che sia la solita lotta del bene contro il male, con la vittoria finale del bene. La stessa emozione provata assistendo ad altre danze nei quattro punti cardinali del mondo, con la difficoltà ad entrare nel significato della rappresentazione. apprezzo comunque la capacità e l’abilità dei danzatori, in particolare l’indiscussa agilità di colore che fanno roteare i pesanti copricapo con grazia.
Al termine della danza sono invitato a ringraziare gli anziani del villaggio (io anzia-no del gruppo) pronunciando il loro biropoo. Suppongo che per questi anziani non sia solo una dichiarazione di semplice ringraziamento, è senz’altro qualcosa di più. Mentre stringo le loro mani osservo i loro occhi acquosi, mozziconi di denti e i bianchi peli di sparute barbette. Ma le loro menti cosa staranno pensando? Forse chi li sta ringraziando, con quell’abbigliamento colorato e i mille gingilli tecnologici, con un fisico apparente-mente integro è più anziano di loro. Sono così infervorato nei ringraziamenti che decido di estenderli a tutti i danzatori. Accidenti, non avrò capito un granché del significato profondo della danza, ma è stato un gran bel pomeriggio!

 

A proposito di Sirio. che dire di questo popolo che da secoli conosce altre due stelle che accompagnano la stella luminosa del nostro cielo? L’astronomia ha confermato che Sirio è un sistema terziario e non binario solo da una decina di anni. Sulla convinzione dei Dogon che la terza stella abbia una massa straordinariamente superiore alle altre, le nostro conoscenze astro-cosmogoniche non sono ancora in grado di fare chiarezza. Che bello sapere che per i Dogon l’universo “è una infinità di stelle e di vita intelligente”.

Continuando il nostro trekking, raggiungiamo Yendouma seguendo due strade diverse. Di fatto sono il solo a raggiungere il villaggio seguendo la strada sabbiosa del fondovalle. Il gruppo, composto da Alessandro (il figlio), Alessandro (Sindy per gli amici), Andrea (Dede per gli amici), Barbara, Katia, Gaia, Marco, Maurizio e Renato, affronteranno una strada diversa che li porterà a salire per poi ridiscendere un tratto della falesia, a diretto contatto con le costruzioni costruite negli anfratti.
Mi sento bene e siccome la strada si snocciola in modo chiaro, con passo veloce distanzio i due carretti che trasportano i pesanti bagagli. La strada è un tranquillo saliscendi sabbioso ed il silenzio mi aiuta a trovare i contenuti della ormai tradizionale lettera a Rosanna. Assorto nei miei pensieri, solo dopo in buon tratto di strada, mi accorgo di essere seguito da un ragazzo sbucato dal nulla. Sì, dal nulla. Dune di sabbia, qualche cespuglio e pochi baobab. è la mia ombra. è sufficiente una mia impercettibile deviazione alla ricerca di un fondo più compatto, perché il mio accompagnare mi segua. Di fonte ad un bivio al mio rallentamento coincide il suo. Non una parola. Occhi bassi e piccoli gesti. Da lontano si scorge un villaggio ed una macchia di verde intenso. Allun-go il passo. in prossimità di un pozzo di acqua, il ragazzo con mi indica le capanne e pronuncia Yendouma. Scompare fra le misere capanne.
Ho la possibilità di godere di qualche ora di meritato riposo, di aggiornare il mio dia-rio di viaggio e di provvedere agli aspetti logistici del pernottamento. I ragazzi stanno scarpinando sulla falesia e quando arriveranno le energie a disposizione non saranno molte.

Per i musulmani sono i giorni del ringraziamento e quindi si deve mangiare montone e fare sacrifici di animali. i nostri carrettieri provvedono a cucinarne un paio di montoni sul fuoco vivo, per i sacrifici ho solo l’imbarazzo della scelta. Dal terrazzo dove sto consumando la tanto sospirata Coca Cola fresca, noto che in prossimità di un grosso al-bero stanno legando un grosso bue. poco dopo un altro grosso bue viene portato proprio in prossimità della mia postazione, sotto un altro grosso albero, vicino ad un masso enorme di pietra. Assisto al sacrificio.
l’animale è immobilizzato a terra con le zampe legate da robuste funi. Con un rapido cenno il bue è sgozzato. Il rantolo mi entra nelle orecchie, nella testa, nel cervello. Abbandono il mio diario sul tavolo e cerco di allontanarmi. Il rantolo mi segue e non riesco a distinguere se arriva dall’animale morente o dal mio cervello. Quando torno dopo qualche minuto, alcuni uomini sono già intenti a scuoiare il bue. La parte prossima al collo è stata tagliata in modo da coprire gli occhi dell’animale sgozzato. Una specie di sudario. Mani abili procedono veloci nella lavorazione dell’animale e grossi pezzi sono buttati sulla pietra in condizioni igieniche che è preferibile non descrivere. Si procede poi ad una ulteriore frammentazione delle varie parti che vengono attentamente distribuite in grossi cesti. il contenuto dei cesti verrà offerto alle famiglie povere del villaggio, a chi ha operato il sacrificio spettano zampe, pelle e testa. L’uomo se lo porta via sulle spalle, con gli occhi coperti dal suo sudario.
Si susseguono altri sacrifici. Ogni villaggio deve sacrificare sette buoi. I componenti del gruppo, con i chiari segni della stanchezza sono arrivati. Le poche energie che hanno conservato è per raccontare la bellezza dei luoghi attraversati e affermare che io non ce l’avrei fatta. Sono contento per entrambi gli aspetti: per i loro occhi che hanno visto ciò che il loro cuore desiderava vedere e per me che con saggezza ha evitato l’escursione. Non mi sento vecchio, mi sento saggio!

Il nostro viaggio prosegue sul Niger, mollemente adagiati su una pinassa, che dopo le fatiche del trekking sembra un tranquillo viaggio tutto compreso. Il Niger è un fiume ricco di acque che nel suo lento fluire verso il mare incontra molti stati, tanti villaggi ed una miseria infinita. è il periodo in cui i bozo prendono possesso degli isolotti e delle sponde del fiume con il pesante carico delle loro poche cose. Qualche stuoia, casalinghi anneriti da densi fumi, piccoli animali domestici. Reti bianche, leggere. Leggere e candide come nuvole. Che mai hanno a che fare, qui a terra, queste nuvole nella rossa terra maliniana circondate da pesci affumicati neri come la pece? La loro leggerezza rende ancor più stridente la quotidianità di questa gente. bimbi infreddoliti, madri tristi e padri silenziosi con mozziconi di sigaretta spente in bocca. Ripartiamo. I bimbi salutano dalle sponde con quella gioia infantile uguale in ogni parte del mondo.
La pinassa scivola via sotto lo sguardo indifferente dei tanti uccelli, quello incurio-sito e preoccupato dei pescatori. Col procedere verso sud ovest il cielo riacquista il suo colore azzurro ed il viaggio sembra tranquillo. Solo la nostra guida dà chiari segni di malessere. Con una certa fatica, su nostra sollecitazione conferma di avere forti dolori intestinali la cui causa è da ricercare in una gastrite di cui soffre da tempo. Partiamo con il classico Malox per poi passare a medicinali più mirati e forti, con l’effetto che la nostra guida si isola in fondo la barca nascondendosi sotto la giacca con interno finta pecora.  Ci ricordiamo di lui solo il giorno dopo ed in prossimità di un piccolo villaggio decidiamo di verificare la presenza di un medico. I suoi dolori non sono diminuiti, anzi sono peggiorati. Abbiamo la fortuna di trovare un medico che formula la diagnosi in maniera rapida: malaria di secondo grado.
Riprendiamo il viaggio con un infermiere, una sacca di medicinali e flebo fissate alle cannucce della pinassa. Navighiamo per parecchie ore e per evidenziare la famosa effi-cienza padana, cuciniamo e ceniamo a bordo della barca, piazziamo le nostre tende con l’aiuto di una luna piena e tutti ci addormentiamo in pochi minuti per la grande stan-chezza accumulata. Il mattino successivo ripartiamo di buon ora e l’aria è particolar-mente fredda. Ci aspetta l’attraversamento del lago che è considerato impegnativo ma non pericoloso. Qualcuno dormicchia, qualcun altro si rinchiude in se stesso a cercare un po’ di tepore. Sono il solo ad osservare l’alba che arriva nel silenzio della natura. In serata saremo ospiti nel centro di accoglienza di Monseigneur Georges FONGHORO. Una ospitalità vera, coinvolgente. Arriverà anche il governatore di Mopti che dopo aver illustrato i suoi obiettivi dimostra un grande interesse sui motivi del nostro viaggio fino a sollecitare nostri suggerimenti. Tutti sentiamo la necessità di fissare il momento nella foto di circostanza.

Ho camminato frastornando i miei occhi e la mia mente dei bei villaggi Dogon. mi sono affascinato alla storia di Sirio. Sono rimasto stupito dalla danza rituale di Tireli senza coglierne lo spirito profondo. Ho camminato per ore in solitudine sotto un cielo velato dalla fine sabbia portata dall’Armatran affiancato da un bambino senza cogliere il significato profondo della sua vicinanza. Ho visto il sacrificio di alcuni buoi per la festa del ringraziamento senza entrare nello spirito dell’offerta. Ho dormito sotto stelle luminose e la luce intensa della luna piena cogliendo la bellezza dei colori senza tinta della notte. I passi di qualche viandante notturno non mi hanno fatto paura. Nei miseri villaggi dei pescatori bozo mi è sembrato di vedere nuvole riposare a terra.

Non mi preoccupo più di tanto. In fondo un proverbio africano ricorda che l’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce. Mi impegno sempre a guardare oltre, ma non sono certo di aver adeguatamente osservato.

Aldo

 

 

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