BHUTAN
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BHUTAN: SU E GIU' PER I MONASTERI

Marzo 2002: eccomi nuovamente qui a Calcutta, dopo soli due mesi dal precedente viaggio in Orissa. Il clima è cambiato. La temperatura si è innalzata sensibilmente e la vegetazione mostra un vigore mai visto nei precedenti viaggi invernali. Quello che non è assolutamente cambiato è il fattore umano ed ambientale fatto della solita miseria, dei soliti assordanti clacson, della solita indolente rassegnazione di un popolo intero in perenne statico movimento.

Fin dall’inizio erano stato segnalati possibili inconvenienti sul volo Amman-Calcutta a causa della presenza di un consistente numero di pellegrini musulmani provenienti dalla Mecca. Nella sala di attesa siamo letteralmente circondati da uomini nei classici abiti bianchi che pregano convinti. Sono indubbiamente di origine cinese in quanto la bassa statura, gli occhi a mandorla e l’inconsistente barba sono indicatori al di sopra di ogni possibile errore.

Il problema nasce a bordo dell’aeromobile in quanto le persone imbarcate sono di sette unità superiori al massimo. Anche se la domanda nasce spontanea in quanto c’è da chiedersi come sia possibile avere sette persone oltre il consentito, la parte interessante è la trattativa che inizia fra il personale di bordo ed i passeggeri per trovare i sette volontari disposti ad abbandonare l’aeromobile. Si passa dal pernottamento e cena all’offerta aggiuntiva di 100 dollari in contanti. Al silenzio dei passeggeri si aggiunge un bonus di 200 dollari con l’imbarco su un volo che parte dopo poche ore ed arriverà a Bangkok via Riad. Mi chiedo: come può avere successo un’offerta del genere se le persone a bordo parlano unicamente il cinese o addirittura il loro dialetto locale? Tutti hanno l’aria spaesata eccezion fatta per gli iman che oltre ad una imponenza fisica sospetta danno l’impressione di sapere il fatto loro.

Timidamente inizia un facsimile di dialogo fra il personale di bordo e gli iman per cui il parlottare si fa sempre più intenso. Accetta un primo ragazzone dai lineamenti mediorientali che era salito a bordo con un altarino musulmano ed altri oggetti religiosi. Al suo passaggio ci complimentiamo per la decisione presa. Lui ringrazia Allah in quanto grande e generoso. Tutto quanto offerto non è frutto della proposta della Jordanian Airlines, ma della Sua grandezza. La situazione è stagnante al punto tale che interviene personalmente il capitano per confermare che l’aereo non decollerà fino a quando non saranno scese altre sei persone. Gli iman si fanno più decisi e pur con un’aria di sufficienza cercano di parlare con i pellegrini al seguito. La situazione si sblocca quando un uomo, seguito da due donne, percorre il corridoio di sinistra e si incammina verso il portellone anteriore. Sarà probabilmente l’affare della sua vita. In un colpo solo dispone di seicento dollari e non c’è dubbio che anche lui ringrazierà la grandezza di Allah. Seguono altri volontari per cui l’aereo può decollare verso Calcutta.

Il nostro è però un passaggio rapido in quanto attendiamo la connessione con il volo interno che ci porterà a Phuntsholing, porta di accesso indiano al Bhutan. Il viaggio, sognato da anni, non rientrava nella normale programmazione, ma l’assegnazione del medesimo ad Alessandro, in qualità di capogruppo, ha accelerato la decisione. Il programma prevede di raggiungere Paro con un trasferimento che durerà tutta la giornata nonostante i soli 172 Km di distanza.

Ci rendiamo subito conto del motivo di tali tempi. Le strade sono soggette a continua manutenzione in quanto il terreno è franoso ed il passaggio dei pesanti automezzi distrugge con pochi passaggi il continuo e sistematico lavoro delle famiglie indiane che prestano la loro manodopera. Sono immagini angoscianti che non possono lasciare indifferenti. Intere famiglie, bimbi compresi lavorano fra il ciglio della strada, che spesso è uno strapiombo, e le ruote degli automezzi che continuano ad ansimare sui ripidi tornanti.

L’arrivo a Paro ha un qualcosa di liberatorio. Tutto trasmette pace e tranquillità. Case dignitose si appoggiano dolcemente ai monti che declinano lentamente verso l’ampia valle. Stride un poco quella striscia di cemento ed asfalto che permette i collegamenti aerei con il resto del mondo, ma la costruzione che richiama l’architettura tipica del paese rende tutto piacevole. Una leggera pioggerellina scende lentamente, ma non possiamo non scorgere l’imponente monastero che sembra proteggere l’intera valle e fare da guardiano ai monti che si ergono tutt’intorno. L’albergo è molto accogliente, con gli addobbi tipici della fascia himalayana, festoni coloratissimi, coperte pesanti, immagini sacre alle pareti e la disponibilità assoluta del personale.

L’attesa di iniziare la visita dei monasteri è tanto spasmodica da rendere difficile il sonno. Spesso lo sguardo scruta, attraverso le tendine, le nuvole che incombono nella valle. All’alba si scatena un acquazzone con nuvole tanto basse da rendere invisibile la visione del monastero, ed il morale scende ai piani inferiori. La nostra speranza è comunque premiata in quanto all’atto della partenza le nuvole si aprono e il paesaggio si manifesta in tutto il suo splendore: monti innevati, vallate di un tenerissimo verde ed alberi da frutto in fiore che ingentiliscono con i loro colori delicati. Ed è in un ambiente del genere che prendo contatto con il Kyichu Lhakhang, un monastero piccolo piccolo circondato da alberi di pesco in fiore. La dipendenza da foto mi fa scattare velocemente all’interno ed immediatamente vengo travolto dalla serena tranquillità. Alcune monache stanno cucinando nella misera cucina, un monaco prega girando in senso orario intorno al monastero, facendo ruotare le immancabili ruote.

Ma è il canto dei monaci all’interno di un piccolo cortile che attira la mia attenzione. Non potrei entrare ma una serie incredibile di circostanze positive mi portano a sedere accanto ai monaci che stanno pregando. Il Buddha è di buona fattura e con quel suo tipico sguardo mi osserva con aria amichevole. Chiudo gli occhi ed inizio quel lento dondolare tipico dei monaci in preghiera. La mente si libera e galleggia chissà dove, chissà come. Quando riapro gli occhi tutto mi sembra più tranquillo: i volti sorridenti, la luce che filtra dalle piccole finestre, cristallina. Vorrei rimanere ancora a lungo ma mi rendo conto che i compagni di viaggio forse mi stanno aspettando ed allora a malincuore saluti con un impercettibile gesto i vicini e mi allontano. La stessa serenità mi accompagna all’esterno, il passo lento del monaco che fa roteare le preghiere è in sintonia con il luogo, le preghiere al vento si muovono abbagliate dalla luce di un sole, che si è fatto più deciso, gli alberi in fiore comunicano il senso della speranza nel continuo divenire.

Allontanarsi da questi luoghi è sempre difficoltoso: troncare di netto ed uscire serbando negli occhi e nel cuore l’esperienza vissuta o uscire a ritroso cercando di meglio fissare negli occhi e nel cuore tutto ciò che ti circonda ?

CONTINUA...

 

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